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La geopolitica di uno Stato si misura anche osservando le attenzioni che uno Stato concede a un determinato settore delle forze armate. Nei bilanci, nelle politiche e nei progetti di innovazione, il fatto di concentrarsi una forza armata piuttosto che su un’altra indica, inevitabilmente, il piano sul futuro strategico di una nazione.

In questo senso, Israele è un interessante caso di studio di come un governo, dopo aver trascurato per anni, se non decenni, la propria dimensione marittima, decida poi di cambiare atteggiamento nei confronti della propria Marina e renderla una delle armi del futuro del Paese.

Fino agli anni Novanta, la Marina israeliana ha rappresentato sicuramente la forza armata meno importante per lo Stato. Impegnati in confronti soprattutto terrestri con i Paesi limitrofi, i decisori di Tel Aviv non hanno mai dato una particolare importanza al settore strategico marittimo.

Il motivo era evidente: la sopravvivenza dello Stato di Israele, nei suoi primi anni di vita, dipendeva essenzialmente dalla capacità di confrontarsi con i Paesi arabi e con la popolazione palestinese in rivolta.

Non c’era l’idea di una proiezione mediterranea di Israele, ma quella di consolidarsi ed espandersi per via terrestre, e questo era evidente anche nei piani strategici delle forze armate, in cui primeggiavano per fondi e ricerca soprattutto l’esercito e l’aviazione.

A questo, si aggiungeva poi il dato essenziale del supporto offerto dagli alleati di Israele nel controllo del Mar Mediterraneo, in particolare Francia e Stati Uniti, che per decenni hanno garantito la sicurezza marittima del Paese.

Le cose cominciano a cambiare dagli anni Novanta, quando alla sopravvivenza terrestre, ormai assicurata dal consolidamento dell’alleanza con Washington e da una potenza militare sicuramente superiore a qualsiasi Paese limitrofo, si è aggiunto il problema di assicurare la sopravvivenza energetica e commerciale di Israele.

Gli anni Duemila in particolare rappresentano la svolta della geopolitica del Mediterraneo Orientale, e sono questi gli anni in cui, inevitabilmente, si assiste al cambiamento nelle scelte militari di Israele.

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Uno dei primi grandi punti di svolta del Mediterraneo Orientale è rappresentato dalla scoperte di importanti giacimenti di gas in tutta l’area: scoperte che continuano ancora oggi e che dimostrano l’importanza energetica di tutto lo specchio d’acqua di fronte allo Stato di Israele.

La scoperta di giacimenti off-shore e il loro utilizzo sono diventati essenziali per Tel Aviv e per la sua indipendenza energetica, oltre che fondamentali per entrare nel settore dell’export di gas attraverso pipeline che lo collegano all’Europa meridionale.

La difesa di questi giacimenti è oggi uno dei problemi fondamentali della strategia marittima israeliana, che non a caso si è concentrata in un sistema di difesa marittimo adatto ad acque con profondità mediamente uguale a quella delle acque dove insistono questi pozzi.

La seconda chiave per comprendere questo forte investimento nel settore navale israeliano è la comprensione della politica militare del Mediterraneo Orientale, che è cambiata tantissimo negli ultimi anni insieme alle relazioni internazionali di Israele con i suoi vicini e i suoi alleati.

Gli Stati Uniti, ad eccezione della guerra in Siria, non hanno dimostrato di interessarsi molto al Mediterraneo dell’est: prova ne è che inviano le portaerei e le flotte in Siria e non stazionano stabilmente nell’area come nei decenni precedenti. Questo perché Israele, alleato fondamentale della Casa Bianca in Medio Oriente, è ormai assicurato grazie agli accordi che lo legano all’Arabia Saudita dal non essere più bersaglio fisso degli Stati arabi.

I nemici potenziali della Marina israeliana, e cioè le forze marittime libanesi, non sarebbero comunque in grado già ora di competere con la forza navale israeliana. Tuttavia, negli ultimi mesi, le Marine dei Paesi storicamente più attenti al controllo del Mediterraneo orientale è in costante evoluzione: in particolare quella turca e quella egiziana.

La Turchia ha deciso di investire in maniera massiccia sulla forza navale: l’annuncio di una totale indipendenza militare marittima entro il 2023 e del varo della prima portaerei turca ha messo in allarme tutte le forze dei Paesi della regione.

L’Egitto, pur essendo un Paese sostanzialmente alleato di Israele, rimane comunque un punto interrogativo nella geopolitica orientale del mar Mediterraneo, e la questione di Suez rimane ferma nella mente dei legislatori israeliani come una minaccia cui nessuno vuole più confrontarsi.

Terzo fattore che ha fatto cambiare piani militari a Israele è l’ingresso della Cina nel Mediterraneo, sia attraverso il commercio sia attraverso la cosiddetta Nuova Via della Seta. Se alcuni terminali di sviluppo cinesi passano per questa parte del Mediterraneo, Israele è sicuramente un passaggio obbligato, vista anche l’instabilità dei Paesi intorno a lui.

L’unico ponte tra Medio Oriente ed Europa dotato di sicurezza è quello israeliano, e i governi di Tel Aviv hanno da tempo intrapreso una politica di attrazione di investimenti cinesi, consapevoli dell’unicità del loro Paese rispetto agli altri Stati mediorientali.

A questo, si aggiunge poi il peso delle rotte commerciali, da cui dipende il 90% dell’import-export israeliano. Tutelarsi in quest’ambito, dove la Cina domina incontrastata, è un obiettivo indiscutibile della politica della Stella di David.

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